Con questo articolo arriviamo alla vista, l’ultimo senso che esploriamo durante le nostre pratiche di apertura sensoriale.
Perché la vista arriva per ultima
Durante le pratiche di apertura sensoriale che proponiamo nei nostri laboratori, esploriamo uno alla volta i cinque sensi.
La vista è sempre l’ultima.
Di solito, ci arriviamo dopo aver trascorso diversi minuti con gli occhi chiusi, portando l’attenzione a ciò che possiamo percepire attraverso l’udito, il tatto, l’olfatto e, per quanto possibile, il gusto.
La scelta non è casuale.
Nella quotidianità utilizziamo continuamente la vista per orientarci, muoverci, leggere, riconoscere persone e oggetti, cercare informazioni. Gran parte di ciò che accade intorno a noi passa attraverso gli occhi.
Chiuderli per qualche minuto significa rinunciare temporaneamente a questo importante strumento di orientamento e accorgersi più facilmente delle informazioni che arrivano dagli altri sensi.
Poi arriva il momento di riaprirli. E dopo aver trascorso diversi minuti a esplorare ciò che potevamo percepire senza la vista, può accadere che il bosco davanti a noi sembri diverso.
Gli occhi come un laser
C’è un’immagine che utilizziamo spesso durante i laboratori.
Normalmente usiamo gli occhi un po’ come un laser.
Dirigiamo lo sguardo verso qualcosa, mettiamo a fuoco e selezioniamo: una foglia, un fiore, un particolare del paesaggio.
E, molto rapidamente, a ciò che vediamo si aggiunge il nostro dialogo interiore.
Se dovessimo descrivere questa sequenza potremmo dire: vediamo, riconosciamo, nominiamo, valutiamo.
Non c’è niente di sbagliato in questo processo: è anche attraverso la capacità di selezionare e riconoscere che riusciamo a orientarci nell’ambiente che ci circonda.
Ma non è l’unico modo in cui possiamo utilizzare il senso della vista.

Dal prendere al ricevere
Durante le nostre pratiche in Natura proviamo quindi a invertire, per qualche momento, questa modalità.
Invece di dirigere immediatamente lo sguardo verso qualcosa, invitiamo i partecipanti a lasciare il campo visivo più aperto.
Se prima abbiamo immaginato gli occhi come un laser, adesso possiamo immaginare uno sguardo capace di ricevere contemporaneamente una porzione più ampia di ciò che abbiamo davanti.
Non cercare nulla, ma lasciare che forme, colori, luci, ombre, distanze e movimenti arrivino allo sguardo senza dover decidere subito dove portare l’attenzione.
La differenza può sembrare minima, ma facendone esperienza diventa molto concreta.
Nel primo caso, utilizziamo gli occhi per prendere e selezionare qualcosa dall’ambiente.
Nel secondo, riceviamo ciò che entra nel nostro campo visivo.
Prima di dare un nome a ciò che vediamo
Lasciare lo sguardo aperto non significa smettere di pensare.
Continueremo naturalmente a riconoscere ciò che vediamo e ad associargli parole, ricordi, valutazioni.
Possiamo però accorgerci di quanto velocemente questo accada.
Non si tratta di impedire alla mente di interpretare quello che vediamo, ma di sperimentare cosa succede quando non chiediamo immediatamente alla vista di identificare, scegliere o valutare.
Dare immediatamente un nome a ciò che vediamo significa, in qualche modo, aver già deciso che cosa abbiamo davanti. Possiamo provare a rimandare quel momento di qualche istante.
La vista nei nostri laboratori
Quando, dopo alcuni minuti a occhi chiusi, invitiamo i partecipanti a riaprirli, non chiediamo mai di osservare un elemento preciso.
L’invito è esattamente l’opposto: lasciare che lo sguardo si posi su ciò che arriva.
Lasciare entrare contemporaneamente più elementi, senza dover scegliere immediatamente quale meriti la nostra attenzione.
A un certo punto, se qualcosa richiama spontaneamente il nostro sguardo, possiamo seguirlo.
La differenza è che, questa volta, non siamo stati noi a cercarlo.
Conclusione
Utilizziamo continuamente la vista per cercare, riconoscere, scegliere e orientarci.
Durante i nostri laboratori di Forest Bathing invitiamo i partecipanti a utilizzarla anche in un altro modo.
Non per vedere di più e nemmeno per osservare meglio.
Semplicemente per sperimentare cosa succede quando smettiamo di cercare qualcosa con gli occhi e lasciamo che sia ciò che abbiamo davanti ad arrivare fino a noi.